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Emilia Giorgi_A chi raccoglie il sole

“[Il Louvre] è come una torre di Babele, un’enorme città. Ed è così che deve essere. […] I musei dovrebbero somigliare alle strade. Dovrebbero stare aperti tutto il tempo. Nessuna mistica, nessuna valorizzazione. Le cose stanno lì, nient’altro. Un grande luogo in cui stanno le cose, in cui le si può notare o no – ecco la mia idea di museo”. A parlare è Sam Francis, intervistato nel 1967 da Pierre Schneider, insieme ad alcuni dei più rilevanti artisti dell’epoca, riguardo la propria esperienza del Musée du Louvre (cit. Louvre, Mon Amour, Johan & Levi, Milano 2012). Le parole di Francis mi hanno guidato negli ultimi anni. Una provocazione se vogliamo, ma anche una fonte di ispirazione per pensare e ri-pensare le istituzioni pubbliche dedicate alle arti e alla cultura in senso ampio. Insieme a queste poche righe così dense e potenti, porto con me una sequenza di Bande à part (1964) di Jean-Luc Godard: la celebre corsa nel Louvre dei tre giovani protagonisti. Un attraversamento libero e sfrontato del museo parigino. Un gioco, una sfida, un modo per mettere in questione – e in movimento – il museo come luogo chiuso, statico e polveroso. Sacro. E quindi lontano e a volte impenetrabile. 

Nel periodo di emergenza sanitaria, economica e sociale che stiamo vivendo, penso con insistenza alla chiusura dei luoghi della cultura. Penso ai musei, ma anche ai siti archeologici, ai cinema, ai teatri, alle biblioteche. Luoghi che proprio ora – nel pieno della più imponente frana degli ultimi decenni – dovrebbero invece farsi piazze. Spazi aperti e sicuri. Presìdi fisici (e non virtuali) nei territori, con una missione innanzitutto civica e politica. Luoghi che sappiano disegnare traiettorie, che siano di riferimento per ogni persona, dai bambini agli anziani. Riferimenti conosciuti per chi li ha sempre frequentati, ma anche misteriosi e nuovi per chi non ne ha mai avuto l’occasione. La cultura ha il compito di essere rifugio, punto di incontro per le comunità. Luogo immateriale di scambio e dialogo tra esseri umani. Ecco perché gli spazi delle arti devono restare aperti, per interrompere il buio che segna la rotta. 

Durante il primo lockdown, due luci piccole ma intense mi hanno guidato. La prima è stata il libro d’artista Tenendo per mano l’ombra di Maria Lai (AD edizioni, 1995), una storia preziosa raccontata, per la prima volta, con ago e filo nel 1987. Ho riguardato il libro seguendo l’ombra, una campitura scura e temibile che nel corso delle pagine si trasforma, cambia aspetto e diviene paesaggio ampio e fiorito per mano del piccolo protagonista. E poi ho riletto il volume illustrato Federico (1967) di Leo Lionni. Qui emerge con forza il ruolo dell’artista e quindi della cultura, in una società che sia sana e giusta per tutti. Mentre in estate i topolini lavorano, mettendo da parte cibo per la stagione fredda, il topo Federico resta sdraiato a prendere il sole. “Federico, perché non lavori?” – chiesero. “Come non lavoro”, rispose Federico un po’ offeso. “Sto raccogliendo i raggi del sole per i gelidi giorni d’inverno.” 

Non perdiamo di vista il sole, proteggiamo e valorizziamo chi lo raccoglie, per sé e per tutti gli altri. Apriamo i luoghi del sapere. Ora. 

Emilia Giorgi

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