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Flavio Favelli_Gran Calanco

Mia madre mi portò a vedere prima l’Etna e poi il Vesuvio, ma eravamo già stati al Parco dei Gessi, coi calanchi, nelle colline bolognesi. Erano gite sull’idea del Grand Tour, l’Italia, il Paese dell’Arte e del Paesaggio, andava conosciuto. Viaggiavamo, erano gli anni Settanta, con due tipi di conoscenti: quello più interessato alla Natura e quello più interessato all’Arte, due gruppi tipo “scienze” e “lettere”, tanto che andammo due volte a Napoli, una per il Vesuvio e i Campi Flegrei e l’altra per Pompei ed Ercolano, con pure l’Archeologico. Quelli delle “scienze” erano più “robusti”, bisognava mettere gli scarponcini, si camminava, pranzo al sacco e la Natura era una cosa da prendere per le corna, ci si doveva fare i conti, fra un cenno di botanica e una discussione su un conglomerato. Quelli delle “lettere” erano più raffinati, l’Arte e la Bellezza che salveranno il mondo, deliziosi certi movimenti della statuaria e si mangiava a ristorante, vista mare. Dopo più di 40 anni, dalle mie finestre vedo i calanchi, non avrei pensato di finire quassù sull’Appennino. Sono grigi e spettrali, solo qualche cipresso osa avventurarsi nelle loro terre franose, mobili, argillose. 

Flavio Favelli

Flavio Favelli, Gran Calanco, scansione di foto da Herkulaneum und der Vesuv, Terni, 1979, 24×39 cm, 2020.

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