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Giovanni Follesa_Frana

È buio. Respiro come un cane. Respiro da cani. Ho le narici invase da pulviscoli di terra mischiati a dolore.

Sento il silenzio. È nuovo. Irreale.

Un istante prima: boato.

Improvviso. Inaspettato.

Frana.

Trema tutto il ventre fetido e asfissiante dove sto per disperazione. Ci lavoro dentro. Dentro budella di roccia fragile. Scavate. Incavate. Cavate. Dalla fatica di uomini piccoli. Piccolo uomo formica, io. Nero come formica uomo.

Terrore. Il mondo mi è addosso. Sono dentro al mondo. L’aria non trova varchi per riempirmi i polmoni consumati, disfatti, corrosi. Di aria non ce n’è, quasi. Me n’è sempre bastata un soffio. Un alito. Come quello divino, che mi ha dato la vita. In questo momento manca anche l’alito. Sento la morte incunearsi. Mi invade. Sta dentro il cuore e il cervello. Nelle cellule.

È buio. È nero. Apro gli occhi. Inutile. È buio. È nero. Li richiudo. Non ci vedo. Non si vede.

Tiro fuori la lingua. Umida. Esploro, leccandolo, il peso che mi porto sul torace. Sembra umido. Sa di sale. O forse no. Però è fresco. È un istante. Come il sollievo provato. Lecco ancora. Ora è rasposo. E irregolare. Irrita. Sangue dalla lingua. Sangue sulla lingua. Lo assaggio. Sa di stenti. Le fatiche di una vita. E sa d’amaro. Le gioie mancate dell’infanzia. Dura. Povera. Ai margini.

Provo a voltarmi sul lato del cuore. Non ci riesco. Panico.

Provo a voltarmi dall’altra. Non ci riesco. Rassegnazione.

Maledizione. Non mi abbandoni neppure qui giù, all’inferno. Rassegnato, e condannato, già prima di nascere. Condannato alla rassegnazione in punto di morte.

Ti sei presa la mia vita e ora vuoi impadronirti della mia fine?

Voglio urlarti di lasciarmi. Voglio scrollarti di dosso. Voglio ma non posso.

Frana.

Non respiro… apro la bocca: in cerca di nutrimento per il corpo e per l’anima. Ma si riempie di terra scura.

Battiti:

tu-dum…

tu-dum…

tu… dum

tu… d…um

tu… d… u… m

tu…

t…

Giovanni Follesa 

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