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Leone Contini_Germinabilità delle macerie

San Siro, periferia ovest. Appunti. La Montagnetta, come i Milanesi chiamano Monte Stella, è una collina artificiale costruita con le macerie provocate dai bombardamenti aerei sulla città, durante la Seconda guerra mondiale. Negli anni 70 gli abitanti del quartiere acquistarono e piantumarono alberi su quello che era ancora uno sterile accumulo di detriti. Oggi è un parco pubblico.

Fine anni 40, primi 50. La guerra è appena finita e le macerie vengono portate fuori città con autocarri e un trenino da miniera: mentre il tessuto urbano ricomincia a pulsare Monte Stella si alza ogni giorno di qualche metro, armonicamente, sotto lo sguardo benevolo del suo creatore, l’architetto Bottoni. Nella periferia est, all’interno del Parco Lambro trasformato in discarica di guerra, le macerie di Milano si accrescono invece in cumuli amorfi, instabili.

Si fa chiamare Renzo Tramaglino, nel 2018 ha 92 anni e passeggia ogni mattina fino sulla cima del Monte Stella. La sua casa bruciò in uno dei primi bombardamenti sulla città, quel poco che rimase dopo l’incendio è da qualche parte qui sotto, dentro la Montagnetta, mi dice. La rete del letto, il pitale, poco più. Ogni giorno sale quassù e se il cielo sopra Milano è terso vede le Alpi.

La scultura di Yamantaka bruciò nell’agosto del 1943 quando uno spezzone al fosforo incendiò il museo etnografico di Milano. Il “Distruttore della morte” sopravvisse, anche se il suo corno sinistro andò perduto insieme alla testa del Buddha che sovrasta serenamente il volto irato di Yama. Tutti gli oggetti di quella che veniva chiamata collezione africana furono distrutti dal fuoco. Durante quel bombardamento fu colpito anche il Cenacolo di Leonardo, che rimase integro, aggrappato a un lembo di muro intatto in mezzo alle macerie.

Yamantaka era custodito a Castello Sforzesco insieme agli altri manufatti che l’ingordigia dei collezionisti aveva già raccolti in collezioni private, setacciando il pianeta. La scultura cinese era transitata attraverso la Ditta Bordoli e C., antiquari di Bologna, prima di finire nelle collezioni civiche di Milano, patrimonio collettivo degli italiani. Sottratta all’uso rituale, protetta dal fluire del tempo, avvolta nella bambagia della conservazione. Quella strana promessa fu però tradita durante un litigio tra potenze europee, e Yamantaka fu avvolto nelle fiamme di una bomba inglese. 

A Palermo i cornicioni dei palazzi barocchi schiantati dalle bombe sono diventati la casa di pesci e anemoni, sul letto del mare antistante il parco del Foro Italico. Ma sono altre le macerie abitate dai fantasmi, poco lontano lungo la costa: sono quelle inconsolabili e franose degli anni 60, quando palazzinari e politici distrussero i quartieri liberty scampati alla guerra, per costruire la nuova Palermo, impastando calcestruzzo e sangue. Quei cumuli, caotici e instabili, sono i “mammelloni” dell’era Ciancimino, come li chiamano qui. Alle nostre spalle una muraglia di detriti inzuppata di pioggia, sembra poterci crollare addosso a ogni istante, di fronte a noi il mare smisurato ci promette che macinerà tutto questo con la sua forza quasi infinita nel tempo impensabile delle ere geologiche future, fino a ridurlo in atomi semplici. 

Ogni città tedesca ha il suo trümmerberg (collina di macerie). Quello di Stoccarda è chiamato Monte Scherbelino, un nomignolo italianeggiante e vacanziero che rende meno sinistro quel cumulo case distrutte. Nel profondo della collina le macerie della città vengono lentamente digerite nell’abbraccio delle radici di betulla (la collina è anche chiamata Birkenkopf, testa di betulla). 

Le radici più sottili penetrano nelle micro-fessure di un conglomerato di calcestruzzo: le approfondiscono e pompano nel sistema linfatico acqua e molecole di cemento. La polvere della città distrutta si accumula nei tessuti viventi della pianta aerea, mentre alla base del tronco pezzi di mattone vengono inglobati nel suo corpo legnoso. Nel frattempo, il cemento sfaldato ha liberato la ghiaia fluviale con cui era stato impastato. Il conglomerato artificiale si è scomposto nelle sue parti costitutive, lasciando dietro di sé piccole pietre tondeggianti. L’albero muore e crolla, riportando in superficie parte di quella ghiaia, intrappolata tra le sue radici, quindi si decompone, restituendo al cumulo i suoi elementi minerali in forma di nuova terra. I lombrichi vivono qui, vicini alla superficie, smuovendo quel terriccio grasso di cui si nutrono e che continuamente filtrano e raffinano. Una miriade di invertebrati e piccoli mammiferi percorre quell’universo di cunicoli attraverso i frammenti che dal profondo del monte vengono espulsi verso l’esterno, per essere riassorbiti sotto un velo di foglie morte autunnali, quindi forse avvolti tra le radici di nuova vegetazione, prima di essere ancora vomitati verso l’esterno. Infatti, la collina nasconde ma continuamente racconta la sua genesi artificiale: in modo traumatico, come in seguito a una frana o alla caduta di un albero che improvvisamente libera i detriti degli strati semi-profondi impigliati nelle sue radici ora esposte, o per l’azione dilavante delle piogge, o per l’incessante dinamismo delle forze animali. E da subito, ma lentamente, comincia a reintegrare al proprio interno quegli indizi osceni, mentre altri affiorano. Il diaframma esterno della collina – la sua pelle – è un medium fertile, poroso e mutevole, in cui tutto affonda, e da cui tutto affiora. L’azione purgante consiste in questo processo quasi-dialettico dove i detriti sono protetti e allo stesso tempo aggrediti, esposti, prosciugati, erosi, polverizzati, assimilati, digeriti, trascinati, disgregati, movimentati, permanentemente soggetti alla forza trasformatrice della natura.

20 gennaio, Stoccarda. Pioggia leggera, la collina è silenziosa, un corridore solitario punta verso di me, taglio nella boscaglia per non incontrarlo. Cammino piano e ascolto il respiro di Scherbelino. Raggiungo il primo terrazzamento, è rivolto a sud ma la luce è già bassa. Avanzo in mezzo ad arbusti radi, tra segni di bivacchi recenti e immondizia inclassificabile: cocci di ceramica, mattoni tritati, un tubetto di alluminio la cui scritta è ancora leggibile, font anni 20-30: deutsche speedoil-gesellschafter hamburg-fu. Struckholt, piastrelle rotte, pezzi di sanitari. Ma un reperto non lascia dubbi sulla sua origine: sul fondo concavo di un frammento di porcellana decorato con motivi floreali si è solidificata una piccola goccia di vetro fuso: un terribile gioiello forgiato dal caso tra le macerie di una casa trasformata in fornace, 70 anni fa. Chiedo permesso ai fantasmi del monte mentre calpesto le loro cose, un tubo in terracotta smaltata mi fissa, semi-nascosto tra le foglie marcescenti e profumate del sottobosco, tutt’intorno tronchi caduti si trasformano in terra. Mi arrampico tra le betulle per raggiungere il secondo terrazzamento, la salita è scoscesa. Piccoli gomitoli di sterco di lombrico sono aggrappati alla parete scivolosa, al mio passaggio rotolano in piccole fertili frane che si sfaldano alla base del pendio. 

Leone Contini, Germinabilità delle macerie (2017-2020). Courtesy dell’Artista.

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