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Rita Nonnis_Storie di frane e di legami

Non c’è giorno che non assista ad una “frana”, è il mio lavoro di geologa e di soccorritrice della cura.

Quando una donna con tumore al seno entra in ambulatorio cerco sempre di capire chi è e perché si è ammalata. Osservo il suo viso, i suoi gesti, ascolto le sue parole, prima ancora di guardare i referti degli esami che ha eseguito, anche prima di visitarla. 

È una donna a cui di colpo è franato il mondo, le sue certezze, la sua vita. 

I segni della “frana” sono visibili, la voglia di lasciarsi andare, gli occhi spauriti, il pianto, l’isolamento, la speranza che qualcuno ti soccorra.  È il primo momento, forte e terribile per lei, per me. Ma sono lì, per soccorrerla, per farla uscire viva dalla “frana”, assisterla e curarla, ricollegarla con il mondo.

Inizia da subito una relazione, non solo di empatia ma di compartecipazione, una strada da condividere insieme, che entrambe percorreremo ognuna sostenendo l’altra. È l’alleanza della cura che crea un legame forte.

Negli anni ho capito come solo attraverso una relazione paritetica di scambio e di conoscenze sia possibile costruire e ottenere un percorso di guarigione: attraverso la malattia è possibile un cammino di rinascita che può portare ad uno status diverso e che può condurre alla consapevolezza e all’equilibrio di una vita migliore. Un percorso che può trasformare il dolore e la paura in momenti di grande bellezza e di felicità, molte donne tante volte me lo hanno detto. Donne che in quei momenti drammatici sono riuscite a liberarsi dalla malattia ma anche dalle angosce e dalle paure, dalle trappole affettive che le vedevano sempre e solo dedicate agli altri e mai a sé stesse, donne che avevano quasi dimenticato di esistere.

Il tumore al seno è un simbolo forte, che va oltre il problema di salute vero e proprio, si porta dentro una complessità e un intreccio di situazioni che vanno riconosciuti e compresi e che non possono essere semplificati. La stessa cura è molto differente a seconda del tipo di tumore, dello stadio ma anche della conformazione fisica della donna, dei suoi desideri, delle sue aspettative di vita e di relazioni. Tutto questo si intreccia con la paura di cambiare, di essere e di sentirsi diverse, coinvolgendo le loro storie personali e familiari. 

Queste mie riflessioni sono poi diventate la mia guida nel mio essere una chirurga senologa. 

Devo questa scelta a mia madre, che nei primi anni di università mi incoraggiò ad intraprendere questa carriera, allora molto inusuale per una donna. Fare la chirurga non è stato facile, sono stati molti gli ostacoli che ho dovuto affrontare, come professionista ma anche come donna, in cui sono stati sicuramente fondamentali l’incoraggiamento, la pazienza, l’amore della mia famiglia.

Le donne pagano sempre un prezzo molto alto, personale e sociale, per poter realizzare i loro obiettivi e nel lavoro subiscono ancora troppi ostacoli e penalizzazioni. Difficilmente viene loro concesso di raggiungere posizioni apicali. 

Si impara da sole, con tenacia e determinazione, a costruire la carriera dentro di sé, con lo studio e la formazione continua, anche e soprattutto attraverso il rapporto profondo con le pazienti. 

Queste donne impari a conoscerle, ad amarle e a condividere con loro un pezzo della loro e della tua vita. Devi insegnare loro a guardare in faccia la malattia per conoscerla e affrontarla, facendo loro capire che non saranno sole, che avranno sempre qualcuno a fianco che metterà a disposizione le proprie competenze.

Donne la cui “frana” dà una occasione per ricostruirsi, donne che devi aiutare a legarsi alla montagna della vita, e tu con loro.

Negli anni ho conosciuto tante donne, tante storie di vita, tante storie di “frane” e di rinascita. Mi unisce a queste donne un legame profondo, emotivamente forte, un intreccio di trame e di legami che ha fortunatamente e indelebilmente Improntato tutta la mia vita e a cui sono profondamente grata.

Rita Nonnis

Chirurga senologa, AOU Sassari

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